L'Opera

Antonio Manzi: vedutista dell'anima

Angela Pierozzi, luglio 2016
(Psicoterapeuta, esperta in psicologia dellʼarte)

Era l'estate del 1965 quando nonno Angelo apostrofò il dodicenne Antonio Manzi, osservando il disegno a lapis che lo ritraeva: "Tu mi hai invecchiato!" con accento spiccatamente campano che tradiva le origini della famiglia. Eh sì, fu proprio nonno Angelo il primo critico artistico di Manzi bambino, a tracciare l'esordio di un'arte, viscerale ma sempre unica. Non era un ritratto ma un racconto interiore, un viaggio all'interno dei cunicoli dell'anima, un'espressione più che una descrizione. Non è un disegno ma un segno e Manzi lo sapeva bene, con un'infanzia in salita e un futuro in ascesa. A dodici anni, superando tutte le tappe dell'accademismo, si introdusse, come un felino felpato, nella vita, assetato e curioso di quello che lo emozionava e lo stimolava di più: l'umanità. Antonio Manzi era un bambino prodigio, e come tutti i bambini prodigio poco compreso, ma subito incredibilmente magico e personale, contaminato da tutto e da tutti.

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E questo è Antonio Manzi: uno sguardo diabolico incorniciato in un sorriso angelico, un artista tormentato ma allo stesso modo solare e affabile, con espressioni artistiche onnipotenti ma umile e fragile, geniale e normale contemporaneamente. L'adolescenza fu una vera e propria esplosione di energia e spregiudicatezza, di personalità e sicurezza mentale, di carica interiore e grande emozionalità caratteriale, perché Manzi a differenza degli altri adolescenti che cercavano la loro identità, sapeva già di essere Manzi, rubando solo a questa stagione della vita l'incoscienza e la megalomania. Il risultato è stato sconvolgente, lasciando allora come adesso, sbigottiti ed estasiati. Sono di questo periodo opere di grande forza emotiva e identità personale, indaganti, acute, di espressionismo simbolico che non lasciano dubbi sulla grandezza di quello che allora era un ragazzo di diciassette anni. Anche la tecnica utilizzata, la biro, esprimeva questo bisogno di Manzi di essere se stesso, al di sopra di tutto e di tutti, con il dono del talento che lui stesso definiva come un "grande privilegio".

Nascono opere con improvvisazione e libertà sui marmi dei tavoli delle trattorie, e progetti certosini e chirurgici durati anni realizzate con la biro su tele in lino, le famose "tovaglie", che sanciscono il manifesto dell'arte manziana, un mappamondo di forme e di segni, di vissuti e fantasie, angosce e speranze, in un viaggio enciclopedico e visionario dell'uomo, meticolosamente articolato ma allo stesso tempo fantasmagorico e inscrutabile, da rimanere, come molti capolavori d'arte misteriosi e sfuggenti, magicamente affascinante e avvolgente, dentro una nuvola ipnotica... E anche Manzi in quegli anni si fa rapire da tutte le espressioni artistiche di vita che nutrono le sue emozioni e la sua ispirazione poetica: musica, teatro, cinema, viaggi, letteratura, poesia e sempre al centro della sua attenzione l'uomo, con le sue miserie e le sue potenze, con un'indagine che scarnifica e impressiona, tale è l'accuratezza da manuale psicologico, ma sempre con una risoluzione finale di grande senso estetico, armonico, con quello che potremmo definire il "vedutismo dell'anima".

Un figurativismo astratto, dove quello che è percepito è la sublimazione di sensazioni e vissuti interiori, in labirinti senza uscita o in geroglifici da decodificare, insomma con la complessità e contraddittorietà dell'uomo: e il dolore diventa bellezza, la gioia diventa inquietudine, la malinconia diventa estasi che stordisce e ammalia in un caleidoscopio emotivo di forme e colori. E tutto l'entusiasmo e la sete di sapere di Manzi ormai giovane uomo, unito a una grande energia e rispetto del lavoro, sfociano in un'abbuffata incontenibile di tecniche nuove che produrranno ben 20.000 opere, la nascita di un museo a lui dedicato, nonché innumerevoli esposizioni in luoghi ameni e suggestivi come la splendida cornice del Giardino di Boboli a Firenze.

E Manzi, passionale e sensibile, poliedrico ed eclettico, si innamora di ognuna di queste tecniche, corteggiandole, amandole visceralmente ma allo stesso tempo vivendole con grande dedizione e impegno, fino a possedere la loro essenza, che sposata alla poetica del Maestro (che appunto diventa maestro di ben 11 tecniche) diventa un fuoco d'artificio che esplode in un cielo notturno. Manzi inizia dalla morbidezza infantile del lapis, per poi passare alla biro indelebile nella ribelle adolescenza, e approdare nella prima gioventù all'olio, segnando così l'inizio della crescita e della fama. Poi si fanno posto la ceramica, grande contaminazione di un territorio vissuto, le puntesecche, sfida al proprio segno con un chiodo su lastre di zinco, gli affreschi, omaggio e devozione a un senso mistico, i graffiti, sperimentazione mista alla magia della materia, la terracotta in scultura, timida ma convincente prova per giungere alla gloria e alla sinuosità delle sculture in bronzo e alla monumentalità delle opere in marmo, possenti e delicate contemporaneamente, come lo è sempre stata l'arte di Antonio Manzi: il particolare che diventa globale, il piccolo che diventa grande.

E come per Picasso, citando le sue parole, che a otto anni dipingeva come Raffaello e ci ha messo tutta la vita per dipingere come un bambino, Manzi approda all'ultima tecnica che ricorda proprio un gioco da bimbi: ritaglia cartoncini colorati che diventano collage sensuali e ammiccanti che tracciano e chiudono un viaggio, durato 50 anni, di indagine artistica, umana e personale. E poi? Manzi ora vuole Manzi: dopo tante peregrinazioni e scoperte, ricerche e lavoro, al centro della sua ispirazione e vibrazione poetica c'è la propria identità artistica, libera, indipendente, innamorata e consacrata da un talento legato a slanci geniali, che non lo ha mai abbandonato, "facendoci vedere il sole a mezzanotte" come dice il Maestro. Si ritorna allora al rapporto più intimo dell'artista: la tela, i colori a olio, tempi più sussurrati, un ritrovato amore per la natura e la necessità unica, profonda, di essere sempre se stesso, di stupirsi del frammento per costruire l'immenso, in un orgasmico e immaginifico vortice tempestoso di colori che si trasformano in luce, quella luce che Manzi ha suggellato tutta la vita e che adesso ha reso immortale ed eterna. E chissà cosa direbbe nonno Angelo, sapendo che il ritratto che lo invecchiava tanto, lo ha reso famoso in tutto il mondo!

Al fondo dell'inconscio

Giovanni Faccenda, Venezia, luglio 2016

"Anche le maschere della vita
sono maschere di un mistero più profondo."

Khalil Gibran, Sabbia e spuma

Abitata, fin dagli albori, da una torrida urgenza introspettiva, accentuatasi nella direzione dei più nascosti disequilibri di ordine psichico – esito ultimo di contagiose scorie esistenziali –, la ricerca artistica di Antonio Manzi ha evidenziato, nel corso degli anni, il consolidamento di quelle peculiarità contenutistiche che hanno caratterizzato i vari versanti espressivi nei quali ha avuto agio di manifestarsi, con originale abilità, questo singolare e versatile artefice. Quanto di più nascosto insista nella segreta intimità degli uomini è, per Manzi, fecondo pretesto per una investigazione tesa a portare in luce sentimenti e stati d'animo talvolta persino contrapposti: incanti e inquietudini, speranze e delusioni, compiacimenti e travagli. Una figurazione colma di suggestioni, la sua, ove è dato di apprezzare – almeno nelle opere pittoriche più recenti – un'impronta surrealista autonoma, non vincolata, di fatto, a nessuna specifica influenza, sebbene, della medesima, la più auspicabile fruizione rimandi a una conoscenza, almeno sommaria, de L'interpretazione dei sogni di Sigmund Freud.

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Lasciti memoriali, inconscio, attività onirica, percezioni sensoriali ed extrasensoriali dell'uomo inteso come individuo, e dell'individuo, ancora, indagato come parte dell'universo: questi, infatti, i pressanti riferimenti che scandiscono ogni volta il percorso mentale e manuale di Manzi, sia che egli si cimenti in pittura o nei graffiti; nei marmi bellissimi, nei bronzi austeri come nelle affascinanti maioliche. Un artista ispirato, al solito sorretto da quel suo "pensare per immagini" che determina, nel lavoro, ricercatezze cerebrali, ovunque pervase da amletici interrogativi, ermetiche consapevolezze affidate ora al disegno ora al colore. Si noti, a tal proposito, la mediterranea eleganza dell'impianto cromatico, sovente allusivo di particolari fremiti interiori: arcane testimonianze, quelle, di un autore che spicca, con merito e per talento, nel grigiore della contemporaneità.

Arcobaleni sui fili dell'orizzonte

Lorena Gava, luglio 2016

Tante volte ho abusato della parola "autodidatta". Troppe volte ho utilizzato questo termine con leggerezza, pensando semplicemente che indicasse una formazione autonoma applicabile indistintamente ad una preparazione non accademica o istituzionale. "Autodidatta" è molto di più. E l'ho capito, in una calda mattina di giugno di quest'anno, nella sala Consiliare del Municipio di Lastra a Signa (Firenze) di fronte alle grandi "tovaglie" di lino disegnate con la penna biro da un Antonio Manzi appena diciassettenne. È il 1970: da soli tre anni Antonio Manzi ha lasciato il Collegio fiorentino Umberto I nel quale ha trascorso dieci anni della sua vita, praticamente tutta l'infanzia e parte dell'adolescenza. Un Istituto, l'Umberto I, per bambini con gravi difficoltà cognitive e comportamentali ma, nel caso di Antonio, le ragioni sono legate ad un carattere libero, precocemente autonomo e prodigiosamente creativo (doti assolutamente non comprese dal mondo adulto a lui vicino) oltre che alle inadeguatezze economiche della famiglia e al conseguente allontanamento del padre.

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Il bambino che si aggira tra le stanze della colonia forzata sperimenta una condizione esistenziale disumana, si impadronisce di un repertorio di immagini angoscianti che violano gli occhi e l'anima. In una terra che non gli appartiene, in un contesto avulso da ogni benedizione, Antonio Manzi impara ad allevare un sé circoscritto, a coltivare autonomamente la scheggia di mondo che gli è propria, confine mobile dentro un recinto di mura e di ferro invalicabile. Qui ha origine il flusso ininterrotto di pensieri e di materia che le opere conservate nel Municipio di Lastra a Signa documentano con straordinaria lucidità. Si tratta di due enormi tele di lino, denominate appunto "tovaglie", interamente incise, è il caso di dire, con la biro nera. Portano titoli importanti: Vita e morte, L'Amore e contengono in nuce tutta la forza e l'enérgheia del fare manziano. I protagonisti sono esseri mostruosi, figure senza pelle e senza piedi, issate come vessilli su un campo bianco, stendardi araldici caratterizzati da una transitività ossessiva di linee che si intersecano, frutto di una drammatizzazione icastica, di un esorcismo che assume le forme dell'horror vacui fuori dal derma.

L'acribia del segno e la densità del tratto preciso, scuro, sapientemente sfumato a generare abissi inauditi di profondità e prospettive, creano scenari umani apocalittici in cui i corpi straziati dai vortici lineari sembrano restituire tanti Marsia contemporanei e insieme surreali. E che dire di quelle braccia e di quelle mani che escono dalla testa, mise en abîme della successiva iconografia, insieme al gatto, solitario, dolce e sornione al tempo stesso, in cui possiamo identificare lo stesso autore? Antonio Manzi nel 1970 non conosce la storia dell'arte, non ha visto nulla, nemmeno una riproduzione di qualche opera celebre. Eppure disegna mani, cuori, bocche, occhi, muscoli e arterie con una precisione anatomica leonardesca combinata ad elementi altri, come serpenti, catene, croci, griglie che rispondono ad una sorta di simbolismo topico e personale, in un delirio tutto interiore. Non è passato molto tempo dal Ritratto del nonno eseguito a matita e datato 1965, in cui il volto sembra scolpito nella pietra, tanto gli effetti chiaroscurali si avvicinano al vero. È un disegno di grande evocazione espressiva, un atollo di affettività dentro il mare inquieto di quell'esistenza quotidiana che lascerà tracce indelebili anche sui marmi incisi a biro dei tavoli della Trattoria Sanesi di Lastra a Signa. Senza dimenticare, nei primi anni Settanta, le altre tele di lino che raccontano il dolore e l'alienazione dei ricoverati nel manicomio di Castel Pulci (Firenze), luogo visitato dall'artista e noto per la sofferta permanenza del grande poeta del Novecento Dino Campana.

Il brulicare di corpi ammassati, contorti, con le medesime facce reiterate negli spasmi e nelle smorfie, ci fa pensare ad un Trittico del Giardino delle delizie in bianco e nero, degno della magistrale lezione di Hieronymus Bosch ma privo di luce e di paesaggi, tutto concentrato su una grafia compulsiva, seriale, ipnotica: un vortice dentro lo sfacelo umano. Emerge un elemento fondamentale: la coerenza del ritmo, la pulsazione del segno trasversale simile ad una scossa, ad un fremito scritturale inarrestabile che agisce con l'impeto tellurico di lava incandescente. Queste "anime" saettanti e terrificanti racchiudono un sapore gotico ma nello stesso tempo, in anticipo sugli "omini" di Keith Haring, miniaturizzano il male, vivisezionano la pena attraverso un esercizio stilistico di metodo e di rigore.

Da questo decadimento, da queste rovine, scaturisce la "forma" dell'universo manziano, urgenza creativa e di autocontrollo emotivo che incontriamo, con la stessa veemenza, nel vasto ambito delle realizzazioni plastiche che accompagnano l'artista dagli anni Ottanta fino ai nostri giorni, seguendo passo per passo l'emancipazione individuale e l'affrancamento sociale dell'uomo-artista Manzi. Domare la materia, cercare un riscatto demiurgico attraverso l'unione generatrice di mente e braccio, porta Antonio Manzi a plasmare un diorama privato ma di respiro collettivo, abitato da ceramiche, bronzi, marmi, affreschi, graffiti, puntesecche, collage. Autentica res extensa, caleidoscopico tripudio di gesto, linea e colore, la poliedrica produzione del nostro autore trova un luogo speciale d'elezione nel Museo Antonio Manzi a Campi Bisenzio (Firenze), inaugurato nel 2007 con la donazione di centotrenta opere. Incontrare il Maestro Manzi dentro il museo a lui dedicato, ascoltarlo mentre descrive i suoi vasi dipinti, osservarlo mentre sfiora lo stiacciato dei candidi bassorilievi circolari e marmorei, o quando accarezza i lavori in granito blu del Brasile o del nero del Belgio, o quando, ancora, tocca le asperità dei graffiti su tavola o degli affreschi, è un'esperienza forte, unica. Non si può fare a meno di pensare al bambino che nelle stanze calve dell'Umberto I coltivava inconsapevolmente un hortus conclusus ora visitabile, straordinariamente rutilante di colori e di luce. Camminare nella sala centrale dedicata alle maioliche significa restare avvoltidalle spire dei fiori policromi, dai racemi di verde, dai serti di ocra e di giallo, dagli intrecci di mani e di sguardi amorosi di amanti e di donne intese come divinità, come madri premurose o regine incantevoli.

Il richiamo alla tradizione della coroplastica fiorentina e rinascimentale piacevolmente innestata di art déco, restituisce un mondo fitomorfo preziosissimo, nutrito di deliranti antropometrie, di lussureggianti accoppiamenti e corrispondenze vegetali, seguite da un sottile erotismo delle sagome che si adeguano ai movimenti accentuati delle pareti concave o convesse, felice rimando di gusto ellenistico. Certe decorazioni agiscono come mandala, resi ulteriormente potenti dagli sguardi ammalianti dei protagonisti dei graffiti e dei collage dove tutto è sinuosità, mistero, prodigio e voluttà e grande sapienza tecnica. Ma Antonio Manzi, evidenziamolo bene, è particolarmente profondo e profetico nella diffusa realizzazione di opere monumentali in bronzo e in marmo in spazi pubblici e privati. Dalla materia allo spirito del 1998 all'Inno alla vita del 2004 collocati rispettivamente nella parte antistante e nel parco di Villa Rucellai, sede del Museo Manzi, alla Ballerina del 2008 nella piazza di Lastra a Signa fino al recente (2015) Sei tutto per me, dedicato al musicista Riz Ortolani nel cimitero monumentale di Pesaro, costituiscono solo alcuni esempi del furor creativo del Maestro, in cui l'inconfondibile carica gestuale, la medesima traslazione segnica e iconologica che nella produzione giovanile si assestava su un repertorio esclusivamente lacerante e pietoso, si fa riscoprire in seguito, nelle opere della maturità e del presente, in nuovi ampi orizzonti di pacatezza e di armonia, di serenità e gioia dei sensi, in una litania commovente di buio e luce, di sistolee diastole, di amarezza e di speranza.

Così nell'ultimissima esecuzione pittorica che rivede il Maestro alle prese con tele e pigmenti dopo un lungo intermezzo riservato alle molteplici pratiche artistiche, chiara dimostrazione di un sorprendente eclettismo, ritorna l'incorreggibile, portentosa vis comunicativa del tratto, del ritmo in una pirotecnica, vorticistica e magnetica esaltazione cromatica. L'inebriante orfismo dei colori, il gioco delle allusioni e concatenazioni semantiche, le ripetute ibridazioni, metamorfosi e contaminazioni, ci regalano un mondo di rutilante bizzarria, di eccezionale fascinazione, di potente attrazione e, non per ultimo, di indicibile libertà. Antonio Manzi seduce, rapisce lo sguardo attraverso lampi retinici, scintille di luce, cortocircuiti psichedelici e sensoriali, dominati dalla regia assoluta di un segno istintivo e inarrestabile che ogni forma, chiusa o aperta, incomparabilmente interpreta e sublima. E tutto questo per grazia e lode di uno spirito formidabile, esclusivo e, aggiungiamo noi, "autodidatta" fino in fondo.

Su Antonio Manzi

Cristina Acidini

Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico
e per il Polo Museale della città di Firenze e, ad interim, dell’Opificio delle Pietre Dure

Chi ha visto opere di Antonio Manzi, quale che ne sia la tecnica esecutiva (il disegno, la puntasecca, la ceramica, l’affresco, il graffito, la scultura, il collage), non le dimentica: anzi, entra subito in familiarità con i suoi temi iconografici e i suoi linguaggi espressivi, al punto da riconoscere l’autore a prima e vista e senza sforzo, in qualsiasi contesto gli accada di incontrarlo di nuovo. Non è, quello di Manzi, un universo rassicurante: piuttosto, il lato oscuro di un Creato dove l’uomo e la donna, l’animale e la pianta condividono sogni senz’aria, sulfurei, paradossali. E se col tempo, e col moltiplicarsi di esperienze felicemente risolte - penso al rilievo in materiali lapidei e in particolare nel bianco marmo apuano - l’arte di Manzi ha potuto esprimere una purezza semplificata e finalmente leggera, la grafica e i quadri degli anni Sessanta-Settanta, su cui questa intensa retrospettiva di Pontassieve si concentra, riportano agli esordi di un artista ossessionato e ossessionante, alle prese con un fitto di presenze mentali che sciamano nelle sue creazioni dando luogo all’equivalente visivo del brusio d’una folla, interrotto da grida anonime e misteriose.

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A proposito delle opere di quegli anni, scrivevo nel catalogo della mostra Antonio Manzi. Custode di attimi (Fiesole 2011): “Della sicurezza sbalorditiva di Manzi nella creazione del segno restano, prove datate e inconfutabili, i grandi disegni su tovaglie di lino eseguiti a penna in età verdissima, a Lastra a Signa: posti a ragion veduta a introdurre il suo percorso artistico nel museo a lui interamente dedicato, con oltre cento opere, nella Villa Rucellai a Campi Bisenzio, quei disegni brulicanti e visionari sono gli autentici incunaboli del futuro artistico di Manzi, dove è racchiusa e implicita la premessa di ogni suo successivo avanzamento. Vi è la linea nitida, rilegata, sigillata; vi è lo horror vacui del fitto incastro di figure e corpi; vi è l’ambiguità tra la violenza - la violenza silenziosa e accusatrice narrata da un mucchio di vittime, quale promana ad esempio dalle strazianti fotografie delle cataste di corpi nudi e scarni nei campi di concentramento che ci ha consegnato il Novecento - e la dolcezza di un allacciarsi continuo e sinuoso di membra che non permette all’occhio di distrarsi. Ed altro ancora, a specchio di una personalità complessa che ha saputo convogliare la sofferenza nell’arte e sublimarla in una continua, rinnovabile catarsi creativa”.

La selezione delle opere, bene documentate già nell’illuminante monografia di Franco Riccomini nel 2003, conduce peraltro oltre il periodo della grafica su stoffa e su marmo, alle tele dei primi anni Settanta tra le quali dominano gli autoritratti, accompagnati da una galleria d’altri personaggi sinistri o patetici. La formazione d’un artista ha sempre qualche aspetto elusivo, e di rado si raggiunge la certezza a proposito delle sue fonti: specie se si tratta d’un artista contemporaneo, che in una civiltà dell’immagine come la nostra può aver mutuato suggerimenti e indicazioni magari inconsapevolmente, da segni anche solo intravisti. E ciò è tanto più vero per Manzi, giunto all’arte da autodidatta. Dove collocare, allora, gli echi di somiglianze che risuonano in certi suoi quadri, rinviando a precedenti più o meno remoti, più o meno illustri? Sono citazioni, anche involontarie? O raggiungimenti indipendenti, affinità sommerse, contatti a distanza con personalità lontane nel tempo e nello spazio, ma vicine nella visione e compagne nel delirio? Penso a Munch, all’urlo che deforma il volto e la testa, che spalanca senza speranza l’oscura voragine della bocca.

Il brulicare di corpi ammassati, contorti, con le medesime facce reiterate negli spasmi e nelle smorfie, ci fa pensare ad un Trittico del Giardino delle delizie in bianco e nero, degno della magistrale lezione di Hieronymus Bosch ma privo di luce e di paesaggi, tutto concentrato su una grafia compulsiva, seriale, ipnotica: un vortice dentro lo sfacelo umano. Emerge un elemento fondamentale: la coerenza del ritmo, la pulsazione del segno trasversale simile ad una scossa, ad un fremito scritturale inarrestabile che agisce con l'impeto tellurico di lava incandescente. Queste "anime" saettanti e terrificanti racchiudono un sapore gotico ma nello stesso tempo, in anticipo sugli "omini" di Keith Haring, miniaturizzano il male, vivisezionano la pena attraverso un esercizio stilistico di metodo e di rigore.

Ricordo Ligabue, per gli autoritratti in cui si mescolano fierezza e diffidenza, orgoglio d’aquila e cupezza di corvo. Evoco il cinquecentesco Arcimboldo, per i ritratti capricciosi fatti di testoline incastrate a formare una vivente struttura musiva: e non solo vivente ma qui anche angosciata, contorta, complice e schiava. Avrà visto, Manzi, gli studi anatomici di scorticati o anche solo qualche figura scuoiata, un San Bartolomeo con la sua pelle in mano, un Marsia punito da Apollo? Parrebbe di sì, a giudicare dai suoi personaggi ricondotti a rosse pelli pendule, a tendini e fasci di muscoli che colano l’uno nell’altro in combinazioni fluide come cera sfaldata e fusa. Avrà studiato il coltissimo, esatto rovello grafico di Escher? O perché no sfogliato, da ragazzino, albi di fumetti come Linus, per incontrarsi con la grafica nitida e stralunata dei serissimi personaggi dai grandi occhi di Ezio Lunari, Ghirighiz e Fra’ Salmastro, non a caso ispirati, secondo il loro stesso autore, al rilievo milanese Sant’Ambrogio che scaccia gli Ariani, una scena espressionistica del XII secolo?

Da giovane e anzi giovanissimo Manzi ha incorporato il Futurismo e il Cubismo, ha sfidato il Surrealismo, ha praticato l’Espressionismo, facendosi interprete degl’incubi del Novecento; e si è ulteriormente caricato addosso il peso dei sogni più inquietanti che gli artisti di tutti i tempi abbiano messo in figura. Il suo malessere è il nostro, inconfessabile però e raramente ammesso. L’approdo di Manzi alla maniera espressiva odierna, ricca di sapienza e di versatilità nelle tecniche, pacificata - in superficie almeno - sul versante dei temi e dei motivi, marca la distanza da questi suoi esordi tribolati misurando la lunghezza del cammino percorso. È, nel complesso, un grande tributo all’arte, che una volta di più si rivela specchio e sostegno dell’uomo, a partire dall’artista stesso, nel difficile cammino verso la piena consapevolezza di sé.

Antonio Manzi

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